BINOMIO RICCHEZZA ECONOMICA-AFFERMAZIONE
LINGUISTICA
Non è vero quanto asserito dall'ex direttore dell'Accademia della Crusca, Giovanni Nencioni:"non possiamo scordare che una lingua si afferma quando s'affermano l'economia e la societa' che in quella lingua si esprimono". Per lo meno questo è vero solo in parte e per quei Paesi altamente sviluppati, come ad esempio gli Stati Uniti, la Francia o il Giappone, che vedono nel Paese ricco ed opulente un partner importante e necessario da conoscere ed imitare, anche dal punto di vista del know-how, della cultura e della lingua che ad esso appartenente. Questo non vale e non è vero per l'altra parte del mondo, quella più povera e priva di mezzi, come i paesi del terzo, quarto mondo o comunque in via di sviluppo. Un esempio eclatante ed esemplare per tutti può essere rappresentato dalla repubblica Argentina, Paese vicinissimo e legato all'Italia da tantissimi aspetti di sangue, storia, religione, tradizioni ed economia, ma che rappresenta proprio il contrario di quanto affermato da Vertone. Infatti la borghesia e ricca aristocrazia argentina, seppur di origine italiana, non ha mai considerato la nostra lingua tanto importante e degna da apprendere perchè, a ragione o a torto da queste parti, i Paesi di grande tradizioni culturali e linguistiche sono ancora considerati gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna o la Germania, ma men che mai l'Italia. Naturalmente ci sono delle ragioni storiche, sociologiche e linguistiche, oltre che politiche che sarebbe troppo lungo qui analizzare, ma questà è l'attuale realtà dei fatti, l'Italia conserva ancora per gli argentini di oggi o quell'immagine di Paese di emigranti e pezzenti, o un Paese economicamente forte che si può spremere o succhiare. Bisogna fare immediatamente qualcosa prima che sia troppo tardi per recuperare e salvare il salvabile. La lingua italiana in Argentina, nazione con più del 50% della popolazione con sangue ed origini italiane, è parlata pochissimo e soprattutto male: perchè si studia poco, in corsi extracurriculari e con docenti locali poco adeguati perchè mancanti della formazione didattica e metodologica necessaria (non esistono corsi di laurea per l'insegnamento). Pertanto occorrono iniziative politiche concrete ed efficaci, bisogna prima conoscere la malattia per poi curarla, servono politiche linguistiche forti e coraggiose, e non paliativi o sperperi di ingenti somme dello stato italiano per finanziare corsi ed enti privati che hanno altri interessi. Ma non sembra che su questo tema ci sia ancora consapevolezza e adeguata conoscenza, visto ad esempio quanto si è verificato recentemente con la discussione parlamentare e l'approvazione del DDL 4149 B sulla permanenza, selezione e la durata dei docenti italiani di ruolo da inviare nelle scuole all'estero. Il Paese ha bisogno di riacquistare un sereno ed imparziale dibattito di alta politica e non compromessi spiccioli, per poter avanzare una concreta e circostanziata politica linguistica che attualmente manca del tutto e di cui ci sentiamo tutti fautori e propositori nei fatti e nei comportamenti, sia in Italia che all'estero.