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anno VII - n. 6 - luglio/agosto 2003
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Testimonianze

Italiana o argentina? Nessuna delle due o l’una e l’altra insieme?

Intervista a Gigliola Zecchin, giornalista e scrittrice italo-argentina, emigrata all’età di 10 anni nel Paese sudamericano. La storia e la testimonianza di una donna brillante ma combattuta

Il suo ultimo libro di poesie ha un emblematico titolo italiano: "Paese". Non è un caso. Quel Paese al quale spesso ritorna pensando nella sua lingua originaria, scrivendone, rievocandone la neve sui tetti, i crostoli della domenica e "quell’aria di città antica che si può percorrere a piedi senza fretta", le è rimasto nel cuore. L’ha lasciato all’età di dieci anni per seguire, con altri nove fratelli, una madre rimasta vedova troppo presto per crescere da sola una così numerosa prole. Ma Vicenza torna continuamente nella sua vita, nelle sue storie per bambini e in quella sua attività televisiva che la riporta ad una riscoperta di sé stessa e della propria personale esperienza di emigrata, raccontando le storie di chi, come lei, un giorno è arrivato in un Paese che non aveva mai conosciuto. 

logo progetto ITA.L.I. E da quel momento ha vissuto la contraddizione di chi sente di appartenere a due patrie diverse e di non poter fare a meno dell’una e dell’altra. Si chiama Gigliola Zecchin e appartiene al gruppo di 27 scrittori italo-argentini ai quali il professor Antonio Panaccione, presidente del Centro Studi ITA.L.I., ha dedicato il suo ultimo libro, un viaggio nelle metafore della memoria attraverso il linguaggio, i miti ed i ricordi di affermati scrittori emigrati di tre generazioni. "Veneti nel Mondo" l’ha intervistata.

Lei è arrivata in Argentina all'età di 10 anni: cosa ricorda di quei primi momenti in terra straniera?

Moltissimo, dai delfini che scavalcavano le onde alla sera nella quale abbiamo visto il profilo dei palazzi dell’immensa e sconosciuta città di Buenos Aires. La famiglia in porto che ci aspettava, le lacrime, le risate, gli abbracci. Ricordo vividamente gli odori, il fresco dell’aria del primo autunno americano. E la mattina dopo, ben presto, la partenza in corriera verso Mar del Plata, attraversando la pampa, verde, liscia solo abitata dai fili del telefono e molti uccelli. Case? Pochissime e isolate. Cielo? Immenso e sereno…

Ha trovato facile inserirsi nella nuova comunità?

Mi é piaciuta tanto l’Argentina. E’ stato un paese generosissimo con gli stranieri. Ma forse non vedevo certi gesti di commiserazione o di discriminazione. Ero una bambina paffutella e vispa che cercava di farsi voler bene. Cercavo di spiegarmi il meglio possibile nella nuova lingua e tutti, soprattutto gli insegnanti, mi aiutavano. Mia madre e i miei fratelli maggiorenni vollero farmi frequentare una scuola religiosa (mio fratello Benedetto era sacerdote nell’ordine di San Giovanni Calabria, a Verona) e così andai dalle suore del Collegio Stella Maris de Mar Del Plata. Un edificio bellissimo nell’alto di una collina vicino al mare. Ero brava a scuola. Ma dovevo fare uno sforzo immenso per capire la storia, la geografia e la lingua del nuovo paese. Ma ce l’ho fatta!

Prova nostalgia per il Veneto e lo considera ancora casa sua?

Io penso molto alla mia terra e mi ritrovo spesso a parlare tra me e me in italiano. Tanto che l’ultimo libro che ho scritto ha per titolo "Paese". Ma i sentimenti sono contraddittori. Per tanto tempo ho sentito una certa ostilità, non verso l’Italia (delle mie origini sono sempre stata orgogliosa e mi ritengo fortunata di appartenere a questa terra) ma verso il destino che mi ha strappata così presto a quei luoghi, alla scuola, alle amiche, a una parte della famiglia (laggiù restarono una sorella e un fratello). Nessuno me lo spiegò mai, ma credo di avere assorbito i timori e le incertezze di mia mamma: lei sì dovette abbandonare una vita intera e persino dei figli. Sono ritornata tante volte a Vicenza, e così mia madre, che ci è rimasta anche un anno. Ma ormai in Italia non stava più bene come un tempo. In Argentina la aspettavano tanti nipotini… insomma, si sentiva combattuta e sofferente da una parte e dall’altra. Io stessa ho provato il medesimo sentimento ad ogni mio ritorno in Italia. Sono stata per la prima volta davvero a mio agio solo in una delle ultime visite, nel 2000, quando sono venuta per il cinquantesimo della consacrazione sacerdotale di mio fratello Benedetto. Ho portato con me uno dei miei figli, Juan Manuel, e ho visto ogni cosa in modo differente: Venezia, Verona, Milano, il lago di Garda… ma soprattutto Vicenza. I miei ricordi della città erano quelli del periodo della guerra, ricordi di violenza e privazioni: ora, invece, mi appariva bellissima, piena di nuovi incanti e cose da scoprire.

Lei conduce un programma sull’emigrazione, "L'altra terra": è stato utile il confronto con altre esperienze migratorie?

Si. Le testimonianze raccolte mi sono servite per capire e accettare la mia storia personale. E’ stato appagante lo studio e l’analisi di tante vicende umane diverse, nelle quali il dolore, l’intelligenza e lo spirito si intrecciano disegnando storie di vita meravigliose.

E’ anche scrittrice…

Ho pubblicato soprattutto libri per bambini. Finora sono quattordici. Tra questi, il primo si intitola "Marisa que borra" (Marisa che cancella). E’ la storia di una bambina che immagina sé stessa come una gomma da cancellare ed elimina tutte le cose che non le piacciono o che non le sembrano giuste... Poi c’è "La Nave Pirata", l’immaginario racconto di una barchetta di carta che si trasforma in un vero vascello. E ancora "Boca de sapo" (Bocca di rospo) e due serie con personaggi femminili: Lola, il mio soprannome da bambina, e Mona Lisa, una scimmia (mona in spagnolo).

Cos'è per lei la scrittura e in quale lingua scrive? 

La scrittura è l’esercizio pieno della libertà. Scrivo in spagnolo, ma penso frequentemente a situazioni e frasi in italiano.

Che parte ha la lingua italiana o veneta nella sua vita?

Avere una lingua materna così ricca e musicale mi fa sentire più aperta nella percezione del mondo. Non é lo stesso che il dominio di un’altra lingua, l’inglese o il francese, per esempio. Questa mi appartiene sul serio, dà senso ed efficacia ai proverbi e anima i dialoghi di famiglia. L’incontro casuale con un connazionale di origine veneta regala sempre un piacere speciale, come se fosse una birichinata. In realtà è un sistema di comunicazione molto profondo: una sorta di codice che va al di là delle parole, forse perché ha le sue radici proprio nell’anima.

Ci sono immagini di Vicenza che hanno un posto particolare nei suoi ricordi?

Si, la neve sui tetti, il sole velato dell’inverno, il verde dei fiumi, la porta di Santa Croce, i crostoli della domenica, il "ciodo di ferro" dove si trovavano gli innamorati (c’è ancora?) e quell’aria di città antica che si può percorrere a piedi senza fretta.

Ritorna nel suo immaginario legato alle favole e ai racconti per bambini un archetipo italiano?

Senz’altro. Quando a Julio Cortázar qualcuno domandava: "Da dove vieni?" Lui rispondeva: "Dalla mia infanzia". Ed é vero. Nel mio lavoro di scrittrice per bambini, tanto nella creazione come negli interventi teorici, l’immaginario dell’infanzia é presente e illumina ogni esperienza. Quando si scrive per bambini si scrive per quel bambino che siamo stati. E così nascono le immagini, i colori, i sapori, le paure e le invenzioni. Perché per farsi padroni del mondo, per capirlo, i bambini devono ricrearlo su loro misura.

Se lei fosse rimasta in Italia, avrebbe fatto scelte diverse?

Questo é un mistero. Non si saprà mai. D’altra parte un po’ tutti siamo immigranti, quando cambiamo casa, città, famiglia...

 

Consuelo Terrin

 


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