Argentina donde vas?
Claudio Marcello Rossi
Conversazione al Rotary Club di Roma - 12 febbraio 2002,
ripresa e diffusa dal Centro Studi Onlus ITA.L.I. con le dovute citazioni delle
fonti
Caminito que el tiempo ha borrado…...
Parole d’inizio di uno struggente tango di Carlos Gardel -
insuperabile interprete di quella musica negli anni 30 e 40 - che rievocava il
segno lasciato e poi cancellato dal tempo, dei passi degli abitanti in un
periferico prato fra le case, nell’antico quartiere La Boca a ridosso di un’ansa
del porto di Buenos Aires.
Oggi sembra che il tempo, in Argentina, lasciato
mal passare da chi lo doveva gestire nei suoi risvolti di potenzialità di
crescita a favore di quella grande comunità di persone e cose quale è un grande
paese, abbia cancellato il sentiero della direzione e dell’indirizzo per tale
comunità, rischiando concretamente di farla perdere in un labirinto di problemi,
contraddizioni e comunque di sofferenze.
In pochi anni, perché pochi sono
dieci, questi ultimi dieci in particolare, appare cancellata l’economia
organizzata del Paese di San Martin e Sarmiento e la sua posizione nel contesto
internazionale e con esso messo in discussione l’ordinamento civile e politico
di milioni di persone, destabilizzando, se non distruggendo, legittimi interessi
d’altre persone e Paesi.
Ragione della modesta conversazione di oggi è
quella di disegnare a grandi linee un abbozzo - forzatamente sintetico, ma non
per questo senza veridicità e spunti di analisi - del quadro che presenta
l’Argentina in questi recentissimi tempi, indicando le ragioni più conclamate
della difficile situazione; ma anche altre, non leggibili se non attraverso una
chiave letteraria e di pensiero della cultura sudamericana e le sue linfe
nascoste.
Credo che dobbiamo avvicinarsi al tema dell’odierna conversazione
con il maggior rispetto; dovuto non solo e comunque a qualsiasi paese, inteso
innanzitutto quale bandiera, terra e popolo, ma in questo caso ad un grande
Paese, ad una grande nazione che è parte della storia del mondo occidentale
moderno e dell’Italia.
L’articolarsi di questa conversazione quindi, nel
rispetto di tale premessa e convinzione, esaminerà circostanze ed elementi
negativi dell’attuale situazione, con chiarezza di espressioni e riferimenti.
Che Paese è l’Argentina e perché è successa questa debacle commentata
con apprensione in ogni angolo di mondo? E ci sono rimedi ? Quali ? Chi sta
provvedendo ?
Qualche dato di base sul Paese: non perché non alloggi
nella mente o nella memoria la sua immagine complessiva, ma per l’opportunità
puramente pratica di ricordarne qualche specifico aspetto che aiuterà a far da
sfondo ai dati della situazione attuale .
Sulla Storia:
- Terra scoperta e occupata dagli spagnoli nel 1516 diviene sub provincia di
Asunciòn e Lima; Juan de Garay fonda Buenos Aires nel 1580 che si unisce,
quale provincia, al ViceRegno del Rio de la Plata (1776) con Bolivia, Uruguay
e Paraguay ; guadagna l’Indipendenza nel 1816 (approfittando delle lotte fra
nazioni in Europa). Soffre di guerre intestine fino alla proclamazione di
Repubblica Federale nel 1852. Segue una sanguinosa guerra di 20 anni con il
Paraguay per ragioni di confini.
- Paese di forti immigrazioni europee a cavallo del 1800/1900 . La sua
crescita soffre, come tutti, la crisi del ’29. Nel 1946 arriva Peròn e con lui
il mito di Evita e dei descamisados che sorreggono l’autoritarismo
populista-giustizialista per 10 anni, segnato anche da sviluppo. Dal 1973 al
1976 nuova parentesi peronista (con Isabelita), instabilità e quindi dittatura
militare (era iniziato da qualche anno il periodo di fermento
"Che-Guevarista" con montoneros, tupamaros, sendero luminoso, etc.)
Quindi la democrazia con Alfonsìn, Menem, De la Rua e siamo ai nostri giorni
con cinque presidenti negli ultimi tre mesi; l’ultimo, Duhalde, con un mandato
di due anni per misure urgenti di stabilizzazione e per portare a nuove
elezioni.
Sulla Geografia:
zona temperata australe: dal 22° al 55° parallelo sud.
(da Salta e Misiones al nord alla Tierra del Fuego al sud).
Pianure nel
centro-oriente e Cordigliera Andina ad ovest, con punte di quasi 7000 m
(Tronador e Mercedario)
- Estensione del territorio: 2,8 Milioni /Kmq ( oltre 9 volte l’Italia)
- Popolazione : 34,6 milioni di abitanti, di cui 65% bianchi (per lo più di
origine italiana e spagnola), il resto da meticci (zone andine e tropicali)
- Densità abitativa 11 ab/Kmq ( 1/16° dell’Italia), l’80 % vive nei centri
urbani. B.A. conta 12 milioni: altri grandi centri: Cordoba, Rosario, Tucuman,
Mar del Plata (d’estate) Mendoza.
- Religione: cattolica.
Sugli aspetti strutturali:
Repubblica Federale di 23 Stati chiamati
Provincias.
- Produzioni(le principali) grani e cereali; zucchero; carne e pesca;
alimenti in genere; petrolio ed energia elettrica; industria siderurgica ,
meccanica e impiantistica (ad es.Techint); industria alimentare. Tessile e
pellami. Vini (a Mendoza e a S. Juan) e Turismo.
- Rete stradale di 218.000 Km con 6.500.000 di autoveicoli.
La situazione Oggi
"Don’t cry for me Argentina... "
dice
da 30 anni un bellissimo brano del Musical Evita a Brodway , rianimato dalla
star Madonna in un film di questi tempi.
Gli argentini si ritrovano oggi non
a piangere Evita, ma loro stessi.
L’Argentina da poco più di un mese è
sull’orlo della bancarotta. Formalmente, il 23 dicembre 2001 ha annunciato una
moratoria, ovvero la sospensione del pagamento del debito pubblico (principale
ed interessi ) per tre mesi. La dichiarazione formale di insolvenza (default)
non è stata fatta. Ma è in presenza di sostanziali elementi di rottura del
mercato interno e di quello degli scambi con l’estero, quali i vincoli messi sui
depositi bancari, i cambi alterati, il valore reale del potere d’acquisto della
moneta, l’inflazione in presenza di un’accelerazione della fase recessiva,
l’equilibrio sociale in bilico. Cosa è successo e perché ?
E’ necessario
rifarsi, per essenzialità espositiva, a due famiglie di elementi:
- i dati incontrovertibili che connotano il Paese da sempre;
- le ragioni della crisi: attraverso i giudizi, le enunciazioni e le
angolazioni prospettate da chi è del mestiere o ha un ruolo al riguardo:
economisti, saggisti, giornalisti, scrittori, uomini di religione ed anche di
letteratura e filosofia.. Perché anche un accenno alla filosofia ? Credo che
questa disciplina del pensiero, ricchezza originale della nostra specie, debba
tornare ad occupare un suo spazio nelle analisi e nelle conclusioni dei
fenomeni in genere, specie se investono il sociale. Vedremo in seguito.
Dunque:
i dati incontrovertibili.
- l’Argentina è un territorio ricco e “benedetto” dalla natura. Ricco di
risorse naturali: dai prodotti della terra, alla carne, alla pesca,
all’energia: acqua e petrolio; è ricco di estensioni enormi di terra utile e
di morfologia geografica adeguata (ha un vero nord e un vero sud australi e
climi intermedi), ricco di un fattore-popolazione che - per specificità di
razza, cultura e religione praticamente omogenee e derivanti essenzialmente
dalla civiltà e tradizione europea mediterranea – è un obiettivo patrimonio.
- negli anni ’50, per non tornare troppo indietro né mescolarsi con le
epoche recenti soggette a giudizio, l’Argentina era giustamente considerata
paese dalla buona qualità di vita sul piano economico e sociale, dotata di
prodotti e di esponenti della cultura e dell’intelletto. Ricco di formazione
scolastica ad ogni livello, specie le Università, invidia del continente. Era,
in ogni caso e di gran lunga, il paese classificato “primo” fra quelli
latino-americani. Gli argentini lo sapevano, ne erano fieri ed anche lo
ostentavano. Cos’erano i problemi dei cugini del Sudamerica per loro?
Loro era cittadini di Londra e di Parigi.
le ragioni della crisi.
Perché oggi l’Argentina è improvvisamente
povera ? Torna alla mente il sogno di Davide, raccontato nella Bibbia: vacche
magre che mangiano le grasse e rimangono magre. Chi o cosa sono le vacche magre
che si sono mangiate le grasse ? Peraltro in Argentina di vacche ce ne sono
tante e la trasposizione del sogno può risultare puntuale.
Per dovuta
obiettività e delicatezza nel trattare un tema che investe non solo i conti
ufficiali ma le cause a monte che hanno finito per annientarli, generando
sommovimenti di piazza e turbativa nei mercati internazionali e non potendo
esimersi da una valutazione sulla dirigenza e su taluni aspetti della società
argentina in genere coinvolta in questo default, qui si presentano
giudizi ed analisi formulate da esponenti argentini e stranieri, nel campo
economico, politico, saggistico, religioso ed anche letterario-filosofico. Come
vedremo esse puntano il dito su alcuni fattori-causa principali ( intendendo per
causa ciò che sostanzialmente sta a monte di successivi fenomeni che sono
stati a sua volta causa di problemi. I secondi vanno tutti messi nella categoria
degli effetti derivati). Tali fattori-causa non tecnici, visti quali elementi
patologici nel seno della società - appaiono essere: la corruzione, il populismo
e sindacalismo eccessivo collegato, l’arroganza e l’indifferenza.
Dice oggi
Gustavo Beliz, già ministro degli Interni, autore del libro "Non ruberai" (
1997) : L’iper-corruzione argentina non è solo un problema etico . E’ un
problema pratico giacchè esplode in mezzo al popolo, come avvenuto negli ultimi
dieci anni, determinando effetti traumatici: l’iper-disoccupazione e
l’iper-insicurezza. Rompendosi il contratto sociale – il Patto Stato/Popolo – si
instaura la legge della selva, ovvero il si salvi chi può. La lotta al
narco-traffico , il controllo delle frontiere, l’eliminazione dell’ arbitrio
nell’ applicazione delle norme sono i presupposti della sicurezza: la corruzione
li spappola. Nei servizi pubblici il problema non è discutere se aumentare o
diminuire la presenza privata, ma di disporre di oneste capacità gestionali. I
partiti non devono entrare nei sindacati che devono occuparsi di specifiche
negoziazioni nell’interesse delle condizioni di vita delle parti rappresentate.
L’Argentina è il luogo “miracoloso” (al contrario) ove a fronte dell’ onere per
previdenza sociale più alto dell’intero continente latino-americano, si riesce a
poi coprire il controvalore per indennità di disoccupazione del solo 5 % della
forza di lavoro disoccupata. Dovranno in futuro essere dati premi a quei Governi
regionali-provinciali-locali che abbasseranno il costo dell’apparato
pubblico-politico. Ciò che qui si dice e propone appare ovvio e scontato, eppure
è il caso di ricordare la frase di un famoso drammaturgo“ Quanto male stiamo se
dobbiamo anche discutere dell’ovvio”.
Sulla corruzione, fenomeno
generalizzatosi oltre la soglia di tolleranza di un sistema, tanto da costituire
una grossa palla al piede del funzionamento del paese, Bartolomeo de Vedia,
saggista, aggiunge: Un’indagine Gallup, già nel 1996, rivelava che il 58%
degli argentini considerava non utile essere onesti per ottenere un risultato.
Da un 3% della popolazione che percepiva nel 1989 la corruzione come un problema
nazionale, nel 1992 quel 3 % era divenuto un 30% .
Siamo oggi nel 2002 e
quel 30% sarà radoppiato o più, poiché il tema corruzione ha fatto parte della
titolazione quotidiana dei media. Affari non chiari di gruppi dello Stato,
contrabbando di armi, privatizzazioni anomale. E’ possibile che una comunità di
cittadini a cui è stato negato il diritto di ritirare i propri risparmi dalle
banche, specie se in dollari, (solo in questi giorni inizia una calibrata
riapertura) accetti serenamente di vedere sulla stampa la notizia di una
magistratura alla caccia di fantomatici 358 camion carichi di divisa che nel
giro di qualche mese avrebbero preso la strada dell’aeroporto ? E che notizie di
ultim’ora informino che tale indagine è sospesa? Ma sono una forma di
“corruzione” indiretta pure le alte retribuzioni degli infiniti posti politici e
parapolitici esistenti nei tanti livelli di struttura della Federazione.
Contemporaneamente, un analista - Luis Barionuevo - conclude la sua indagine
meno scientifica, ma più immediata con un : in questo paese nessuno fa i
soldi lavorando;
l’importante è avere scorciatoie.
Ritorna così alla
mente un verso dell’epopea del Martin Fierro, l’eroe gaucho e nomade di Enrique
Fernandez, poeta popolare della pampa del 1800, poeta che io studiavo nei miei
anni di studente sul Rio de la Plata; verso cinico e immorale, sempre
attuale:
Hacete amigo del juez,
no le des de que quejarse.
Que siempre es
bueno tener,
palenque ande ir a
rascarse.
Traduzione: - Fatti amico del giudice (di chi
decide), e non dargli di che lamentarsi (favoriscilo). E’ sempre bene avere un
tronco d’albero ove potere andare a grattarsi -
Barrionuevo continua:
la società civile soffre di una rottura drammatica delle proprie riserve di
moralità: dalla decadenza della famiglia ai sistemi di comunicazione di massa
portatori di anti-valori etici. In uno studio della Università di Guttingen
(1997) l’Argentina figura fra i più esposti alla corruzione dei 52 paesi ivi
nominati, non lontano da Colombia, Bolivia e Nigeria.
L’evasione
fiscale, in grande parte frutto della corruzione, non consente alle imposte di
coprire, - a priori -, la gran parte della spesa nazionale.
Fra le misure
auspicate a gran voce da tutti gli ambienti della società argentina, c’è quella
di rendere “idoneo” - per la salute della nazione - il Potere Giudiziario. E
questa magistratura, dice una corrispondenza giornalistica de La Naciòn, dopo 20
anni di lavoro ( dal 31 agosto 1982, su denuncia di un privato cittadino),
dovrebbe chiudere la requisitoria sulla formazione abnorme del debito estero
argentino. Quintali di documenti ora chiusi a chiave negli uffici della Banca
Centrale proverebbero i perché di questa travolgente ascesa del debito dal 1976
ad oggi ; ma soprattutto degli ultimi 10 anni. Ascesa che – secondo i periti
Tandurella e Florino manca di giustificazione economica, finanziaria ed
amministrativa.
Un giudizio “leggero” per chi ha contribuito, da
amministratore, al formarsi dei 150 miliardi di dollari di debito pubblico . Ma
è certo che non ci saranno colpevoli. Il titolare dell’inchiesta, il giudice
Ballestrero, pensa di inviare il tutto al Parlamento, almeno per addivenire ad
un giudizio politico che costituisca trasparente informazione nei riguardi della
storia e degli elettori.
Il 64% di quel debito si trova in mano a creditori
esteri. Il rapporto Debito/Pil è intorno al 40%, di fatto al di sotto, a titolo
di comparazione, del famoso 60% previsto dagli accordi di Mastricht per altri
paesi. Ma quel dato teoricamente a posto, viene destabilizzato da un’altro
preoccupante: il rapporto Debito/Export . Il valore delle esportazioni di un
anno – 24 mil.di di U$S - non il saldo commerciale ! - non bastano per pagare il
servizio del debito di un anno (ammortamento ed interessi). La dimensione del
debito Argentino
- diceva un responsabile della Goldman Sach -
soprattutto in relazione a quella di altri paesi Emergenti, aumenta la
vulnerabilità agli occhi degli investitori esterni
. Grazie tante, direi io
alle varie Golman Sach per questo elegante modo di descrivere il larvato
avvertimento, indubbiamente non percepito in maniera adeguata; resta infatti da
capire, aldilà del comprensibile e lecito interesse privato degli investitori
per i buoni rendimenti e non proprio al corrente dei bilanci statali altrui,
quale ruolo di prudente consulenza abbiano svolto le banche, anche in Italia,
nei confronti di tali investitori o loro clienti dal momento che esse hanno
messo a loro disposizione quantità enormi e senza limite normativo, di tali
titoli di debito (miliardi di Euro) . Nessuna autorità ha sollevato alcun
rilievo o ammonimento nel nostro paese alla sopracitata “vulnerabilità” di
questi titoli in circolazione.
Analizzando il problema del debito, l’analista
Ivòn Remeseira cita l’esistenza di ben 100 miliardi di dollari di assets
argentini all’estero e ne ricava che, con ottimismo, il saldo netto del debito
estero va letto anche in questa chiave. Mi sembra che l’argomento non possa
assimigliarsi ad un preludio di legge Tremonti sul rientro dei capitali
dall’estero, perché, ovviamente, una cosa è l’aspetto fiscale dei capitali ed il
relativo beneficio erariale che tale rientro può dare, altra è rilevarne
l’esistenza pura e semplice in quanto beni: liberi perciò di risiedere ove
credano e non certo disponibili a farsi ipotecare per alleggerire il debito
nazionale.
Riassumendo le opinioni e le analisi solo in piccola parte qui
riportate, e con il beneficio quindi dell’incompletezza per esigenza di sintesi,
possiamo tentare di chiudere in poche parole le motivazioni della Grande Caduta
del bilancio argentino? Si potrebbe dire, riprendendo l’arco delle ipotesi
formulate all’inizio, che essa è dipesa:
- sul piano politico-ideologico dall’aver portato avanti, sin da
epoche lontane il populismo ( ed sindacalismo collegato), ovvero una risposta
facile e talora demagogica alle istanze di miglioramento di vita delle classi
sociali meno abbienti ,attraverso il rifinanziamento continuo e relativo
indebitamento non oculato, dei bilanci federali e provinciali, preposti anche
alla copertura dei servizi dovuti a tali classi, senza affrontare le
problematiche strutturali (comuni, nel significato, ad ogni paese).
- sul piano politico-gestionale dall’aver lasciato crescere, con
negligente trascuratezza, la burocrazia e la corruzione ad ogni livello di
vita del paese, specie in quella pubblica ed anche a minori livelli di
amministrazione (dogane, polizia, transito, ecc) e nel non aver
conseguentemente optato per la scelta dei gestori della cosa pubblica secondo
criteri di ragionevole competenza; la crescita di una abnorme burocrazia,
certamente comodo volàno occupazionale e serbatoio elettorale , è risultata
enorme ostacolo alla circolazione dell’economia ed alla sua salubrità.
- sul piano fiscale dall’aver accettato e convissuto, senza apportare
misure migliorative, con un gettito fiscale nominale dell’ordine del solo
15-20% sul PIL (PIL peraltro debole) laddove nei paesi industriali si colloca
su livelli ben maggiori (40% in Europa); tale gettito essendo sostanzialmente
generato solo dalle retribuzioni di impiego dipendente e dalle imposte
indirette sul giro della produzione si è avvitato in discesa, anno dietro
anno, per la crisi recessiva e per la mancanza di investimenti pubblici non
finanziabili a loro volta per la carenza di gettito fiscale. Nel solo 2001 i
conti statali hanno chiuso con 16,5 miliardi di dollari di disavanzo, molto al
di sopra del previsto (di qui il rifiuto del FMI di versare tranche
inizialmente programmate) e almeno altri 4 sono attesi per il 2002, nella
migliore delle ipotesi. Ottimista quest’ultima previsione se in un altro punto
il Budget prevede ben il 10% di riduzione del PIL nel 2002. E’ di questi
giorni, fra l’altro, la sospensione del pagamento del debito dell’intera massa
obbligazionaria emessa dallo Stato-Provincia di Buenos Aires (4 miliardi di
dollari) a cui si vanno affiancando le emissioni di altri Stati-Province
- Sul piano della politica monetaria dall’aver mantenuto per dieci
anni, fin dal 1991, la cosidetta legge di convertibilità, ovvero l’ancoraggio
del peso al dollaro, privilegiando la battaglia allo spettro dell’inflazione,
ma trascurando il dettaglio che la parità fra due monete dovrebbe presupporre
almeno una reciproca , equilibrata influenza fra le economie dei paesi che la
praticano ( e non è certo questo il caso) o l’oggettiva esistenza di elementi
strutturalmente similari a quelli del paese guida del dollaro (fiscalità,
produttività, concorrenza, ecc.), cosa anche questa – neanche a dirsi -
inesistente. Il controllo dell’inflazione così nominalmente gestito ( di fatto
covava sotto la cenere il dimezzamento del valore della moneta, oggi
rivelatosi, ma occultato finora anche dalla drammatica recessione
dell’economia), ha penalizzato le possibilità concorrenziali delle
esportazioni argentine, unico ingresso reale di divisa, stante il non ingresso
dall’estero di capitali di rischio per investimenti , non invogliati dal
quadro complessivo.
Una digressione: il discorso dell’ancoraggio al dollaro
“de jure” o “de facto” delle monete è un problema di portata planetaria e
costituisce tema a sé. Si sappia, per intanto, che ai massimi livelli si sta
studiando con maggiore attenzione tale problema poiché, se da un lato una
moneta-riferimento è e appare elemento di ordine sul mercato, è anche vero che
le vicissitudini positive o negative del paese che ha tale moneta -ci si
riferisce chiaramente al dollaro – appaiono spesso indebite ed ingiuste nei
confronti di paesi sostanzialmente estranei (si pensi ad es. al debito in
dollari dell’Argentina, indipendentemente dal perché si è formato ); per non
parlare degli immani volumi di capitali e relativa divisa che si spostano nel
mondo quotidianamente per ragioni anche e solo speculative e che possono
devastare i debiti ed i crediti di un paese estraneo, nella sostanza, a tutto
ciò, annullando conquiste di specifica produttività e concorrenzialità
merceologica delle imprese (sudatissimo obiettivo) per via dei cambi.
Nasce da questo panorama la percezione che si dovrà pensare prima ad una
nuova visione della Cooperazione Economica Internazionale e dopo, quale sua
derivazione, all’unità di conto appropriata a rappresentarla e gestirla.
- sul piano della politica economica dall’aver delegato nei recenti
ultimi anni, all’improvvisato liberalismo economico e relative meccaniche, la
"responsabilità" - una sorta di lavaggio della coscienza per pratiche opposte
portate avanti in tanti anni precedenti - del recupero se non della salvezza
dell’economia. E ciò su di un tessuto nazionale privo di difesa, per le
ragioni sopra dette, e quindi impreparato alla cura drastica, che pur nel
futuro sarà via, via necessaria in dosi e modalità compatibili. Questa
interpretazione trova conforto nel pensiero di Jacob Frenkel, già consulente
del precedente ministro dell’Economia e oggi Presidente di Merril Linch che
afferma: il default è dovuto a problemi interni, il “modello” liberale non
c’entra. Inoltre: a)le importazioni di materiali per il consumo diretto o la
trasformazione, fatte ovviamente in dollari in un paese che ha l’ 80% del
prodotto volto al mercato interno, con una moneta - il “peso” - il cui vero
rapporto era ben al di sotto di quello conclamato ufficialmente (da 1: 1 è già
1:2 oggi); b) le esportazioni, sì effettuate in dollari, ma meno competitive
spesso, nella specificità, dei prodotti della concorrenza internazionale e in
buona parte anche espressione di un’industria semi-fittizia, quella dell’
“assembling” di pezzi importati, con scarsissimo apporto di valore aggiunto
nazionale. L’Argentina, come molti Paesi a non completo sviluppo, soffre di
questa sbilancio di valore intrinseco dato dalla “specie” del prodotto oggetto
dell’import-export. Si esporta in gran parte la materia prima o il
semilavorato e si importano beni ad alta industrializzazione e valore aggiunto
incorporato. Prendiamo il rapporto con l’Italia: l’Argentina esporta quasi 1.1
miliardi di u$s/anno e ne importa meno di 1 . Ma di cosa: l’Argentina ci
esporta carne, pesce, altre materie alimentari, cuoio e pellami, chimica di
base, ovvero poco più che materie prime; dall’Italia importa: meccanica fine,
motoristica, impianti, apparecchiature, telefonia, armi, mobili, giocattoli,
tutti prodotti ad alto valore aggiunto. E’ chiaro che presso ciascun paese il
“beneficio reale” dell’interscambio è assai diverso. Questa tipologia di
scambi argentini forzatamente è simile con tutti i paesi europei, gli USA ed
il Giappone. A ciò si è aggiunta da due anni la concorrenza brasiliana per
effetto della svalutazione della loro moneta (del 30%) . Se si guarda anche
alle barriere doganali dei Paesi importatori ( una nota all’egoismo dei paesi
forti, specie USA, Giappone ed anche Europa, va fatta, altrimenti non ha senso
parlare di globalizzazione benefica!), si intende come tutto abbia contribuito
al depauperamento continuo del patrimonio nazionale argentino, anno dietro
anno. In sostanza: sono state via, via adottate misure di debole difesa
monetaria, technicalities, non una politica generale di risanamento
strutturale che toccasse nel fondo la verità e l’essenza dei problemi di cui
soffre la società.
- sul piano intellettuale e comportamentale. Esiste e certamente ha
nuociuto una certa arroganza degli argentini (specie delle classi alte, di
potere o abbienti), nel considerarsi, da sempre, al di sopra dei problemi dei
paesi dell’intera America Latina e quindi privi dell’umiltà, quantomeno della
prudenza, per accettare di misurarsi con attenzione e severità con i segnali
del pericolo. Un perché di questo atteggiamento, al di là di comode
convenienze di ogni genere (politiche, economiche, elettorali ) verrebbe anche
da una intima e, tutto sommato inconsapevole, peculiare ambizione e visione
del vivere che ha radici nascoste ed anche affascinanti. Di ciò si parlerà nel
capitolo finale.
Ecco spiegato come le vacche magre, questa
volta non solo nel sogno biblico, si sono mangiate le grasse e sono rimaste
magre.
Le impostazioni per la soluzione alla crisi
Il sistema finanziario
internazionale è disposto ad aiutare l’Argentina. Dal messaggio affettuoso del
nostro Presidente della Repubblica (forse per la prima volta un messaggio
presidenziale di fine anno si apre con auguri agli italiani all’estero, specie
per quelli della cara Argentina), al Papa, al presidente USA, ai tenutari dei
cordoni della borsa della banca Mondiale e del FMI, e all’Europa, è una voce
univoca: aiuteremo, ovviamente sulla base di un piano credibile, fattibile.
"Il cammino della crescita non passa dal populismo"
avverte Horst
Kohler, direttore generale del FMI., aggiungendo che "per uscire dalla crisi
l’Argentina dovrà accettare sacrifici"
e, dovendo tenere in giusto conto i
riflessi sociali, avverte che "i sacrifici saranno ripartiti fra gli
argentini, i titolari dei crediti e le banche"
."Sono ottimista"
aggiunge "il potenziale dell’Argentina rimane. Nostra colpa è non esser stati
severi con il Governo del paese durante gli anni ’90. Il FMI non può produrre il
reddito al posto degli argentini; può dare loro assistenza e mezzi perché lo
producano"
.
Cosa chiede di fatto il FMI prima di parlare di eventuali
nuovi appoggi ? Un piano generale serio, sano e fattibile per l’intero Paese,
appoggiato da (direi: con allegati) appropriati nuovi decreti o nuove leggi
immediate ed anche future. Del fabbisogno netto che ne uscirà il mondo
internazionale finanziario certamente se ne farà carico. In questo fabbisogno
sarà incluso, ovviamente, il debito attualmente in essere; debito di cui alcuni
opinionisti locali già chiederebbero, semplificando forse un po’ troppo il
concetto di ristrutturazione, un abbondante taglio al nominale ed ai tassi.
La strada della ristrutturazione del debito argentino dovrà pertanto essere
tutt’una con quella del piano interno di risanamento. Certo, la pur vera verità
data dal fatto che il mondo occidentale non può permettersi il lusso di lasciare
andare alla deriva un paese come l’Argentina, concetto sottolineato anche
maliziosamente da alcuni commentatori del Rio de la Plata , non può esimere lo
stesso mondo occidentale - che responsabilmente intende solidarizzare con questo
momento critico della nazione argentina, - dallo spronare la stessa a mettere
quanto più possibile ordine al suo interno, non solo nel campo
contabile-finanziario. Guardando al domani e non solo al presente.
Ad oggi, (
ogni giorno la situazione è in continua evoluzione) una lista di misure è stata
annunciata e qualcuna già è stata presa a Buenos Aires soprattutto sul piano
dell’emergenza della liquidità: ma niente ancora di strutturale ( né si poteva)
a poco più di un mese dall’elezione della nuova Presidenza della Repubblica.
Piccole aperture di scongelamento dei depositi privati vincolati finora dalle
banche ( nel frattempo e comprensibilmente il numero di persone che tiene in
casa i soldi senza depositarli in Banca è passato dal 27% al 57%); il
riconoscimento del cambio di 1:1 per debiti in dollari (debiti nel paese, del
tipo mutui acquisto casa ad esempio); il divieto parziale di ritirare dollari
dalle banche ai quali è riconosciuto un cambio di 1: 1,40; libertà di
fluttuazione per la moneta locale, il peso. E’ peraltro evidente che la mancanza
di piena libertà dei cittadini nel ritirare dalle banche i loro averi nella
misura del necessario frena la spesa al consumo e quindi la produzione,
aggravando il quadro. E’ stata conferita alla Banca Centrale la possibilità di
emettere moneta (non coperta da variazioni delle riserve) per un ammontare (
sembra di 3 miliardi u$s) con modalità da definirsi, per pagamenti a dipendenti
pubblici e piani di sviluppo.
L’uscita dal labirinto è quindi legata alla
credibilità che potrà ottenere, in primis, il nuovo Governo dalla presentazione
- sulla carta – di un piano di fattibilità di recupero e relativo fabbisogno
finanziario. Tale piano dovrà essere pronto entro brevissimo tempo per
consentire l’ inizio delle negoziazioni a Washington con il FMI .
E’ stato
formato, a titolo di consulenza ed assistenza, un tavolo con i rappresentanti
tecnico-finanziari di Cile, Brasile ed Indonesia, paesi di buon esempio nel
recuperarsi da situazioni difficili. Assiste la Spagna.
Per quanto riguarda
il ripagamento del debito estero, ovvero le obbligazioni emesse sui mercati, non
si sono ad oggi configurati i termini di composizione del problema, poiché essi
discendono dalla ristrutturazione complessiva oggetto delle accennate future
negoziazioni, innanzitutto con il FMI. Si può tuttavia presumere che saranno
affrontate ipotesi quali: a) la riduzione parziale del valore nominale del
titolo ( forse 20-30%); b) la riduzione del tasso nominale d’interesse (forse
del 10-20%); c) l’allungamento della scadenza (forse 3 anni), combinando
opportunamente tali elementi. Felici esempi recenti di ristrutturazioni quali
Russia, Ucraina, Equador costituiscono la speranza. Anche l’Europa potrebbe ( e
dovrebbe) avere un ruolo particolare nella concertazione della
ristrutturazione.
Circa il problema che hanno i possessori dei titoli
argentini in Italia, c’è già l’affacciarsi di qualche comitato di difesa
, ma le banche rispondono che bisogna comunque attendere i termini delle
negoziazioni di Washington ed agire in maniera adeguatamente rappresentativa.
C’è da augurarsi , nel frattempo, che il nostro Governo sia interprete e
rappresentante degli interessi dei risparmiatori italiani, attraverso suoi
organi o delegando altri soggetti competenti (ad es. ABI). Sembrerebbe che tale
ipotesi abbia seguito.
Infine, con obiettivi non tecnici né immediati, si è
formato in Argentina, ad iniziativa della Chiesa e con la "benedizione" del
Presidente della Repubblica argentina, un tavolo di dialogo delle forze della
società argentina. Di cosa si tratta ?
La posizione della Chiesa
In America Latina in generale, e non meno in
Argentina, la Chiesa cattolica ha un forte seguito di opinione ed ascolto; ed il
Papa ha un sentimento particolare per quelle terre.
In occasione di un suo
recentissimo messaggio di pace ai governanti ed ai popoli ha detto: "Desidero
invitare con insistenza i popoli dell’America latina e soprattutto gli argentini
a mantenere viva la speranza pur nel mezzo delle attuali difficoltà, ben sapendo
che, potendo contare su tante risorse umane e naturali, l’attuale situazione non
è irreversibile e può essere superata con la collaborazione di tutti. Per far
ciò è necessario porre da parte gli interessi particolari e di partito e
promuovere con ogni mezzo legittimo il bene della nazione, attraverso il
recupero dei valori morali, il dialogo franco ed aperto…Con questo spirito si
tenga presente che l’azione di un politico è innanzitutto servizio alla
comunità: servizio nobile, austero e generoso."
E la Chiesa, come
accennato, ha prospettato e posto in pratica un progetto concreto, appoggiato
dal nuovo presidente della Repubblica Argentina. Il Progetto offerto si chiama
Dialogo Argentino. Il luogo di incontro è presso la Caritas (una delle Entità
che meglio funziona nel paese) . E’ un tavolo di riunione aperto ai
rappresentanti dei vari settori della società perché, al di la delle istanze e
posizioni ideologiche, si stabilisca congiuntamente l’effettiva portata dei
problemi e gli squilibri derivanti, in un clima elevato e nobile, istruito dalle
parole di Paolo VI nell’ Ecclesiam Suam "Prima di parlare è necessario non
solamente ascoltare la voce del prossimo, ma il suo cuore .Il dialogo sia forma
per tessere un’amicizia con chi si dialoga e a chi si intende rendere un
servizio"
.
Il Dialogo postula, attraverso un documento della Conferenza
Episcopale Argentina, che "la Patria è gravemente malata di infermità morale
nei settori economici, politici, culturali e si devono accettare i sacrifici
derivanti per il suo recupero. Chi non fosse disposto, si facesse da parte,
giacchè è necessario riconoscere i gravi errori commessi ed adottare cambi
profondi di mentalità e di comportamento. Nessuno può sentirsi non responsabile
della situazione, specie i partiti politici ed i sindacati. Dovrà essere
ricostruita la pratica dei valori morali, la cultura del lavoro, la modifica
dell’uso dei mezzi dell’informazione, oggi degradante, la riforma della
giustizia evitando lo spreco immorale delle pubbliche risorse. La forma del
Dialogo dovrà avere i connotati della saggezza e della franchezza, della
delicatezza, della fiducia e della prudenza, della pazienza e della
perseveranza. Che le Forze politiche si convincano che da subito è necessario
che esse acquisiscano, attraverso i singoli loro atti, credibilità e rispetto
dal popolo, poiché la crisi è innanzitutto morale"
.
Si potrebbe
considerare tracciata a questo punto la sintesi sull’accaduto e di ciò che deve
essere impostato in quel bel paese lontano. Ma l’analisi, come si è accennato
all’inizio di questa conversazione, intende accennare ad un ultimo capitolo. Gli
avvenimenti traggono la loro origine anche da fattori non visibili, non
riconoscibili se non attraverso l’insinuante percorso della lettura letteraria e
filosofica.
La chiave filosofico-letteraria
Sfogliando passi di Ricardo Piglia, uomo
di lettere e docente presso l’Università di Princeton a proposito del grande
scrittore e filosofo argentino Luis Borges, ci si imbatte in considerazioni
apparentemente provocatorie eppure, conoscendo l’anima di quel continente, viene
da pensare che anche questa realtà intravista mediante il discorso letterario
convive con il Paese del Rio de la Plata e ne influenza la vita.
Esisterebbe
una sottile relazione fra politica e fiction, una reciproca
contaminazione anche nel senso bello di voler dare alla politica il passo, non
doverosamente misurato, che ha la novella. Questo intreccio alimenta una visione
passionale del mondo, utopica. L’efficacia è legata al reale, al vero, con
relativo bagaglio di responsabilità e di piatte calcolazioni sulle necessità,
sulla morale dei fatti e delle azioni, sul peso della verità. La letteratura può
indurre all’ozio anche pensante, alla gratuità, al fatale, a ciò che non si può
( e non si deve per obbligo) insegnare; in ultima istanza si associa ad una
visione della politica come azione seducente, estetica, passionale. "Il
populismo è un’ideologia estetica"
dice Piglia. E tornano alla mente le
grandi adunate peroniste nella Plaza de Mayo e chi ne ha colto con sottigliezza
l’anima componendo il Don’t cry for me Argentina. In Luis Borges
troviamo il gusto per l’elegia della barbarie, il mondo dell’evocazione e della
passione ancestrale delle terre latinoamericane...
Lo scrittore olandese
Nooteboom, nel suo libro “Canto” dice: "Gli scrittori immaginano una realtà
in cui non hanno bisogno di vivere, ma su cui hanno potere"
E se questo
potere influenzasse altri? Il grande scrittore latinoamericano Marcos Vargas
Llosa, affrontando da par suo in questi giorni la crisi argentina, avanza la sua
certezza: la spiegazione non la si troverà unicamente nella statistica o nella
cronaca politica. La vera ragione è dietro tutto questo, è una motivazione
recondita, diffusa, che più ha a che vedere con la predisposizione dell’animo
che con le dottrine economiche e le lotte partidarie per il potere: è il
richiamo all’irrealtà, al miraggio della vita possibile, alla fuga dal concreto
verso l’onirico, come appunto la letteratura di Luis Borges o di un altro
grande, Biòy Casàres, hanno fatto. E non a caso loro sono argentini. L’aver
calato inconsapevolmente queste ambizioni (il populismo, il volontarismo,
l’utopia del meglio comunque, in una parola: la promessa) nella vita pratica
rifiutandone, pur senza dirlo e forse pensarlo, le “meschine” regole
dell’amministrazione, ha prodotto la “tragedia”.
In un mio libro ambientato
in terre sudamericane, scritto in tempi passati e quindi non sospetti in
relazione all’indagine critica costruita oggi, già dicevo, ad elegia di quei
popoli, in un momento del racconto:
"Si sentiva quel giorno nell’aria la promessa di miracolo delle
terre del continente latino americano. La promessa non era definita, non era
leggibile perché non fatta, solo bisbigliata da alcuni. Da poeti, da
musicisti, dalle terre stesse, fruibile da pochi anche se a tutti annunciata.
Era promessa di vita. Una. Differente. Elitaria e popolare assieme: intuibile
per spiriti magici, profondi ed analfabeti”."
La promessa
indefinita: fosse questa la chiave ?
Certo, non si fa politica quotidiana e
soprattutto finanza con queste chiavi; ma, per quel rispettoso, intelligente
ascolto dovuto agli altri, richiamato anche dalla Chiesa nel Manifesto del
Dialogo Argentino, possiamo capire qualcosa pur senza giustificare. Luis Borges,
non a caso e meno male, non è nato dai corridoi del FMI.
Noi amiamo
l’Argentina, perchè anche di noi è fatta. Ha dato patria e vita a molti nostri
antenati, sollevando l’Italia da un ulteriore peso in quelle nostre epoche
povere. Noi qui, nel piccolo, cominciano ad aiutarla, pensandola con affezione.
C.M.R.
L’autore di queste note ringrazia
l’Ambasciatore della Repubblica Argentina presso la santa Sede, S.E. Vicente
Espiche Gil per la documentazione fornita assieme al suo illuminato commento
verbale sul Dialogo Argentino e la posizione della Chiesa.
(Fedele riproduzione a solo scopo culturale e divulgativo, con citazioni di
fonti ed autore), a cura del Centro Studi Onlus Internazionale ITA.L.I www.italianlang.org
